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Copiare i prompt AI di altri è violazione del diritto d'autore? Una sentenza lascia i prompt fuori dalla porta del copyright

Pubblicato 5 ott 2026
Copiare i prompt AI di altri è violazione del diritto d'autore? Una sentenza lascia i prompt fuori dalla porta del copyright

Un impiegato digita una frase nella casella di input, definisce stile artistico, elementi principali e dettagli dei materiali, preme genera e ottiene una bella illustrazione onirica, che poi pubblica su una piattaforma online. Qualche mese dopo, in rete compaiono opere pubblicate da Zhu e Sheng, il cui stile visivo è molto simile a questo lavoro, e che vengono anche inserite in un atlante d'arte. Il punto chiave è che i due hanno usato un prompt identico a quello dell'opera originale.

L'azienda ritiene che si tratti di plagio e cita in giudizio i due, chiedendo la cessazione della violazione e il risarcimento dei danni. Il tribunale non ha accolto la richiesta.

Il Tribunale popolare del distretto di Xincheng di Xi'an ha ricostruito questo caso in un fumetto di divulgazione giuridica, illustrando le motivazioni della sentenza. Lo analizzo punto per punto, perché la questione toccata da questa sentenza riguarda in realtà chiunque abbia usato un modello di generazione di immagini: quel prompt che ho scritto con tanta fatica, è o non è una mia opera?

Perché il tribunale afferma che il prompt non è un'«opera»

L'oggetto tutelato dal diritto d'autore si chiama «opera» e, per esistere, deve soddisfare contemporaneamente due condizioni: essere realizzata in modo indipendente e riflettere un contributo intellettuale personalizzato. In altre parole, tutela un'espressione dotata di originalità, non l'idea che si nasconde dietro l'espressione.

Il tribunale ha esaminato la questione su tre livelli.

Dal punto di vista del contenuto, il prompt in questione è solo un insieme di idee creative astratte e di istruzioni, il cui nucleo consiste nell'elencare elementi visivi, stile artistico e forma di rappresentazione. Si tratta di elementi della fase ideativa, che rientrano nell'«idea».

Dal punto di vista della forma, è solo un semplice accumulo di elementi vari, senza costituire un'espressione strutturata e frutto di scelte.

Dal punto di vista dell'originalità, lo stile artistico e i dettagli dei materiali scelti rientrano tutti nell'espressione convenzionale di questo ambito e non rivelano una prospettiva estetica o un giudizio artistico peculiari dell'autore.

Sovrapponendo i tre livelli, la conclusione è chiara: questo prompt, pur riflettendo l'intenzione creativa, non esprime un contributo intellettuale personalizzato sul piano dell'espressione e non costituisce un'opera. L'attore non ne detiene il diritto d'autore, quindi non si può nemmeno parlare di violazione. Il tribunale ha respinto in primo grado tutte le richieste.

C'è un altro passaggio della sentenza che merita di essere isolato. Il tribunale osserva che considerare un simile semplice insieme di parole chiave come un'opera potrebbe limitare il libero uso del linguaggio e ostacolare l'ecosistema dell'innovazione nell'IA, in contrasto con lo scopo del diritto d'autore di incoraggiare la creatività e promuovere lo sviluppo socio-culturale. Questa affermazione ha un peso non indifferente: in sostanza dice che attribuire un copyright ai prompt comporta più svantaggi che vantaggi.

Se il prompt non è tutelato, non significa che l'immagine generata non lo sia

È qui che nascono più facilmente gli equivoci. Il fatto che il prompt non abbia copyright non significa che l'immagine nata da quel prompt non ne abbia.

Su una tavolozza di legno sono disposti alcuni grumi di colore fresco, accanto a una piccola pila di cartoncini bianchi

Occorre distinguere due livelli.

Il prompt è una «ricetta», qualcosa di processuale. Descrive come fare, non cosa è stato fatto. La ricetta in sé di norma non è tutelata dal diritto d'autore, a meno che non sia così complessa da somigliare a un articolo.

L'immagine finale è il «risultato», il quadro che viene effettivamente mostrato. Se questo dipinto, nella composizione, nei colori, nella luce e nelle ombre, nei dettagli, riflette scelte umane e giudizi estetici sufficienti, può essere riconosciuto come opera d'arte figurativa. La chiave sta in quante decisioni con un'impronta personale la persona ha investito in quest'immagine, e ha poco a che vedere con quanto sia lungo il prompt.

Questo confine è sempre più chiaro nelle recenti sentenze cinesi. Il 7 settembre la Corte suprema del popolo ha pubblicato le «Opinioni sulla corretta trattazione dei casi di controversia relativi all'intelligenza artificiale», il primo documento cinese sulle regole di giudizio in materia di IA emanato dal massimo organo giurisdizionale, che per la prima volta stabilisce che l'uso non autorizzato della voce di una persona fisica come corpus di addestramento, e l'imitazione del suo timbro e della sua intonazione per generare una voce sintetica riconoscibile, costituiscono una violazione dei diritti sulla voce. Alla fine di settembre, a Shanghai, è stata emessa la sentenza di secondo grado nel primo caso di violazione legata a una voce sintetica generata dall'IA: il gestore della piattaforma è stato condannato a risarcire 50.000 yuan; la perizia giudiziaria ha mostrato che l'audio in questione presentava, su 28 indicatori di formanti, 24 con uno scostamento inferiore al 10% rispetto all'audio della doppiatrice stessa.

Sempre in tema di contenuti generati dall'IA, il caso di diritto d'autore sulla micro-serie dell'Hubei ha seguito un'altra strada. Una micro-serie AI di 47 episodi, per una durata complessiva di circa un'ora, è stata copiata integralmente; nel riconoscerle la qualifica di opera audiovisiva, il tribunale ha guardato soprattutto al processo creativo: ideazione della sceneggiatura, impostazione dei prompt per lo storyboard, selezione e scrematura dei frammenti generati dall'IA, montaggio delle immagini e abbinamento di doppiaggio e sottotitoli. Il creatore ha profuso un contributo intellettuale continuativo e sostanziale, con piena prevedibilità e controllo effettivo sul prodotto finito. Quanto all'importo del risarcimento, il tribunale ha considerato anche il costo computazionale dei token consumati e il costo delle licenze per gli strumenti commerciali, condannando infine a 20.000 yuan.

Mettendo insieme i tre casi, si vede che il tribunale ripete un unico gesto: non guarda lo strumento, guarda la persona. Più numerosi, specifici e prevedibili sono i giudizi che la persona vi investe, più è probabile che il risultato sia tutelato.

E allora cosa resta da rivendicare al di fuori del diritto d'autore

Che i prompt non ottengano la tutela del diritto d'autore può deludere un po' i creatori. Ma gli strumenti di protezione non si limitano al copyright: le strade sono in realtà diverse.

Una è puntare sul risultato. Invece di arrovellarsi su a chi appartenga quel testo, conviene investire energie nell'immagine finale. Modifiche ripetute, ridisegno parziale, aggiustamenti di composizione e luce: sono azioni che aumentano concretamente l'originalità dell'immagine e rendono più facile, in caso di controversia, dimostrare che «questa immagine l'ho fatta io».

Un'altra è puntare sul contratto. All'interno dell'azienda, nella collaborazione in outsourcing, nella consegna al cliente, si può stabilire per iscritto a chi spettano prompt, workflow, materiali e immagini finali, e con quali ambiti d'uso. I problemi che un accordo può risolvere non vanno lasciati tutti al tribunale.

Un'altra ancora è puntare sul segreto commerciale. Perché i prompt costituiscano davvero un vantaggio competitivo, si tratta spesso di un intero workflow: versione del modello, parametri, immagini di riferimento, sequenza di ritocchi manuali. Se questo insieme non è pubblico, ha valore commerciale e sono state adottate misure di riservatezza, può rientrare nell'ambito di tutela del segreto commerciale, e anche l'impostazione probatoria in caso di causa è del tutto diversa.

C'è poi la tracciabilità a livello tecnico. Apporre marcature ai contenuti generativi, registrare data e ora di generazione e versione del modello, conservare i record delle iterazioni: nel breve periodo queste pratiche sembrano solo norme di processo, ma quando scoppia davvero una controversia diventano la catena di prove del proprio contributo.

In conclusione

Il segnale lanciato da questa sentenza non è pessimista. Mette semplicemente al suo posto una cosa sopravvalutata: scrivere prompt è un lavoro tecnico e anche creativo, ma assomiglia più a una ricetta che a un quadro.

Ciò a cui vale davvero la pena dedicare tempo è il piatto che quella ricetta produce, e tutto l'insieme di pratiche costruito attorno a quel piatto. La ricetta chiunque può copiarla; il mestiere e il processo del cucinare, invece, sono molto meno facili da copiare.

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